?

Log in

scottishrefugee [userpic]

Fanfiction: The Momiji File

February 24th, 2010 (09:06 pm)

Poco tempo fa mi è capitato di leggere The Momiji File, una deliziosa fanfiction scritta da Starlady38, una dei traduttori "ufficiali" di The Dreamers. Poiché è basata su alcune opere delle CLAMP fra cui anche Lawful Drugstore, mi è sembrato carino poterla proporre anche a coloro che non hanno familiarità con la lingua inglese.
Spero che vi piaccia come è piaciuta a me!




The Momiji File


Titolo originale: The Momiji File (disponibile in inglese qui)

Autrice: Electra (Starlady38)

Beta in inglese: Nokiirat

Tradotto in italiano da: Glinda (Scottish Refugee)

Coppie: Saiga/Kakei, Mukofujiwara/Nayuki, Rikuo/Kazahaya (sottinteso). Tutte coppie shonen ai; quindi, se la cosa dovesse eventualmente crearvi dei problemi... Io vi ho avvertito in anticipo ^^

Rating: PG-13

Fandom: Lawful Drugstore, Suki. Dakara Suki, xxxHOLiC

Spoilers: Lawful Drugstore (intera serie), Suki. Dakara Suki (ma niente di rilevante), xxxHOLiC (fino al capitolo 194)

Conteggio parole: 5.974

Disclaimer: Lawful Drugstore, Suki. Dakara Suki e xxxHOLiC sono di proprietà esclusiva delle CLAMP e delle case editrici che li pubblicano.

Riassunto trama: Immediatamente dopo il loro rientro da “quella strana scuola”, Rikuo e Kazahaya vengono spediti da Kakei in una nuova missione.

Note: Questa storia, come spiegato dall'autrice, è una dichiarazione d'amore alla città di Tokyo; con essa, Starlady38 ha tentato di situare le avventure dei protagonisti di Lawful Drugstore in un contesto più ampio, che comprende quindi un breve cammeo dei personaggi di Suki. Dakara Suki e una sorta di prequel a una delle ultime saghe narrative apparse sulle pagine di xxxHOLiC, dal capitolo 188 al 194. Per chi fosse interessato, l'intero tragitto percorso da Rikuo e Kazahaya è descritto qui. Alla fine della storia ho inoltre inserito un glossario con le spiegazioni dei vari termini giapponesi utilizzati (nomi di posti, oggetti, piante, articoli di vestiario, ecc.) in ordine alfabetico.

 

* * * * *

 

Fu solamente in seguito al loro ritorno dall'Istituto Superiore Maschile Suiryo che Kazahaya si accorse di quanto i padroni del Drugstore Midori amassero il contatto fisico. Quel mattino, quando tornarono al loro normale lavoro all'interno del negozio, Saiga abbracciò con forza lui e Rikuo proprio mentre erano intenti a riempire gli scaffali, e Kazahaya per poco non lasciò cadere la soluzione salina che in teoria avrebbe dovuto mettere a posto. Saiga non era tipo da evitare di toccare gli altri, anzi, a ripensarci non lo era mai stato. Proprio no.

Un sacco di cose avevano acquistato un senso, adesso. La maggior parte della sua vita l'aveva passata insieme a Kei, solo loro due insieme e nessun altro, e così non si era mai reso conto di un mucchio di particolari che, finora, gli erano sfuggiti. Però, dopo le spiegazioni di Nayuki, stava rivedendo la relazione tra Saiga e Kakei sotto una nuova luce. Dopo tutto, a Shimokitazawa non mancavano di sicuro le donne, dunque fra i due ci doveva essere molto più che del semplice... sesso.

"Ci sei mancato, ragazzino," disse Saiga dopo aver lasciato andare Kazahaya.

"Ehm, grazie. Mi siete mancati anche voi," borbottò Kazahaya di rimando.

Rikuo stava ridendo sotto i baffi giusto dietro il passaggio; riusciva a scorgerlo bene, al di sopra dei rotoli di carta da cucina. Quando Kazahaya aprì la bocca per dirgliene, anzi urlargliene quattro, l'altro ragazzo si era però già voltato e aveva diretto la propria attenzione sullo scaffale delle pastiglie per la gola.

"Saiga! Non maltrattarmelo, altrimenti come farà a riprendere a lavorare come si deve?" esclamò Kakei gettando all'uomo un'occhiata di rimprovero da dietro il bancone.

“Va bene, va bene!” disse Saiga, lanciando a Kazahaya un sorrisetto d'intesa. Quindi si volse, e i suoi occhiali da sole rifletterono un fascio di luce proveniente dall'esterno; Kazahaya ne rimase abbagliato per un istante. Saiga si recò al passaggio successivo, dove Rikuo stava ancora separando le pastiglie all'arancia da quelle al limone.

Udì Rikuo dire qualcosa a Saiga con tono sommesso, e Saiga rispondere in tutta fretta; quando Kazahaya guardò verso lo specchio posto nell'angolo del retrobottega, vide una strana espressione passare fugace sul volto di Rikuo. Un semplice aggrottare di sopracciglia, nulla di più, ma che, chissà per quale motivo, gli rimandò alla mente la donna che aveva intravisto quando si erano tenuti per mano al cinema. Kazahaya era quasi svenuto, quella volta. Com'è che si chiamava?

Ah, ecco: Tsukiko.

Kazahaya ora stava sistemando sugli scaffali i prodotti per la pulizia domestica; era quasi arrivato a metà quando si rese conto che in teoria non si sarebbe dovuto preoccupare per Rikuo, né tanto meno per ciò che era successo a quella donna, Tsukiko. Non possedeva una famiglia, e non pensava certo al personale del Drugstore Midori come a una specie di surrogato. Aveva se stesso, e tanto gli bastava.

Erano tornati dal Suiryo a malapena da un giorno, e già Shimokitazawa gli sembrava troppo affollato, troppo stretto per i suoi gusti, troppo chiassoso e vivace rispetto all'atmosfera quieta che aveva respirato alla scuola maschile; Kazahaya fu persino grato ai pochi clienti che si avventurarono nel negozio quel giorno. Quelli che entrarono durante la mattinata sembrarono ben contenti di scambiare quattro amichevoli chiacchiere con Kakei, mentre nel pomeriggio si materializzarono delle studentesse delle superiori, che fecero gli occhi dolci a Rikuo. Quest'ultimo non se ne accorse nemmeno, così come non notò i risolini delle ragazze e le loro discussioni a mezza voce su quale fosse il miglior prodotto da usare come scusa per richiamare l'attenzione del ragazzo. Ovviamente nessuna notò Kazahaya in un angolo del negozio, intento a sistemare per bene la carta igienica sugli scaffali.

E poi, perché lui non lo degnavano nemmeno di uno sguardo? Al Suiryo si era trovato al centro dell'attenzione, era persino stato eletto sposa della scuola, per la miseria. C'era forse in lui qualcosa di bizzarro? Qualcosa per cui solo certi tipi di ragazzi (ossia quelli a cui mancava la compagnia femminile) pensavano fosse carino?

Kazahaya mise a scrutarsi con occhio critico di fronte allo specchio per la prova degli occhiali, ma fu interrotto da Kakei, che passandogli disinvoltamente accanto chiese, “Posso parlarti un attimo, Kudo-kun?”

“Oh, cioè, certo,” rispose Kazahaya frettolosamente, e sfregò gli occhiali in mostra per nascondere quello che stava in realtà facendo. Si voltò e seguì Kakei nel retro del negozio; Saiga se ne stava spaparanzato sul divano, con una gamba distesa e l'altra piegata, ma si mise subito a sedere e rivolse un sorriso sonnolento a Kakei quando il padrone del negozio gli diede un colpetto sul fianco.

“Pensaci tu al registratore di cassa, per piacere,” gli disse Kakei allegramente. Saiga gli sorrise di nuovo, si alzò e uscì. Prima di varcare la soglia gettò un'occhiata a Kazahaya che se ne stava lì immobile. Gli occhiali da sole rendevano impossibile sapere cosa gli passasse per la testa, e Kazahaya si ritrovò a fantasticare su che cosa avrebbe visto se avesse toccato quegli occhiali.

Quando ci si bacia, gli occhiali danno fastidio, la voce di Nayuki gli rimbombò all'improvviso da qualche parte nella mente. E quando si fa qualcosa in più è ancora peggio!

“Ma Rikuo non...” Kazahaya non si accorse di aver parlato ad alta voce, e Kakei lo guardò interrogativamente da dietro i suoi, di occhiali.

“Hai detto qualcosa, Kudo-kun?”

“Oh, ah... No!” rispose velocemente Kazahaya. Non gli sembrò che il proprietario del negozio l'avesse bevuta, ma in ogni caso Kakei lasciò perdere la questione.

“Siediti, Kudo-kun,” disse invece Kakei. Kazahaya si accomodò sul divano ancora tiepido. In quel momento la porta si aprì di nuovo ed entrò Rikuo.

Quest'ultimo si sedette con noncuranza sull'altro lato del divano senza degnare Kazahaya di uno sguardo né di una parola, e si sporse in avanti con gli occhi puntati verso Kakei. “Allora?”

Se Kakei rimase offeso dai soliti modi sgarbati di Rikuo non lo diede certo a vedere, ed esordì il suo discorso con quel tono di voce serio che a volte usava. “Ho ricevuto una richiesta da una cliente mentre vi trovavate al Suiryo. Niente di urgente, però: era disposta ad aspettare fino al vostro ritorno prima di sottoporre la faccenda alla vostra attenzione.”

Kakei non rivelava mai niente a proposito dei clienti, mai. Ecco un'altra cosa di cui Kazahaya non si era mai accorto prima d'ora.

“Lo faccio,” disse subito.

“Va bene,” borbottò piano Rikuo. Kazahaya continuava a fissare Kakei, per cui non ebbe modo di rendersi conto se il suo collega di lavoro lo stesse guardando oppure no. Più probabile che non lo stesse facendo, comunque.

“Perfetto,” commentò Kakei con un altro dei suoi luminosi sorrisi. Conosceva solamente un'altra persona che sorrideva così... Nayuki. Il sorriso di Kei non aveva mai posseduto quella sfumatura d'intesa.

“Immagino siate perfettamente al corrente del fatto che qui a Tokyo siamo nel pieno della stagione dei momiji,” esordì Kakei, posando sul tavolino una di quelle cartine tascabili con i percorsi delle linee ferroviarie. Kazahaya non era solito usare il treno, poiché raramente doveva recarsi in posti talmente lontani da dover ricorrere ai trasporti pubblici piuttosto che alle proprie gambe. Anzi, a dire il vero non si allontanava praticamente mai da Shimokitazawa.

Lo sapevano tutti che era iniziata la stagione degli aceri; mentre tornavano dall'Istituto Maschile Suiryo, le montagne intorno a loro erano state tutto un fiammeggiare di colori, in particolare rosso e arancione. E poi, anche supponendo di non vedere l'ombra di un albero da anni, lo si sarebbe comunque capito dalle confezioni speciali di Kit-Kat, decorate giustappunto con foglie di acero. Kazahaya ci aveva impiegato un'ora, la notte prima, a sistemarle tutte quante nel loro espositore di cartone, per non parlare delle finte foglie di acero che abbellivano in quel periodo i vari centri commerciali della città.

“A quanto pare, la cliente desidera entrare in possesso di un certo... plettro,” disse Kakei.

“Un plettro?” chiese Rikuo.

“Viene usato dai musicisti per suonare uno shamisen o un koto,” spiegò Kakei, e intanto posò una foto a colori giusto sopra la cartina.

"E' di tartaruga,vero?" chiese Kazahaya, sorprendendo persino se stesso. Era ben consapevole che sia Kakei che Rikuo lo stessero osservando, ma scelse di ignorare la cosa. Si piegò in avanti e rigirò la foto in modo tale che la parte arrotondata dell'oggetto (la cui forma ricordava una foglia di ginkgo) non fosse rivolta verso di lui. Sì, era decisamente di tartaruga.

“Pare di sì,” concordò Kakei. “Hai visto qualcosa, Kudo-kun?”

“No,” rispose Kazahaya. “Ma in effetti mi sarei stupito del contrario.”

“Peccato,” disse Kakei. “In ogni caso, la richiesta è ancora valida. La cliente vorrebbe che scovaste questo bachi; è inoltre convinta che sarete in grado di trovarlo se andrete al Rikugi-en partendo da Komagome, durante la stagione dei momiji.”

“La cliente ne ha precisato il motivo?” Rikuo domandò.

Kakei era intento a posare dei biglietti del treno sopra la foto e la cartina che già si trovavano sul tavolino. “Non a me, Himura-kun.”

 

* * * * *

 

Kakei permise loro di mettersi in viaggio il giorno successivo, dopo una colazione più tranquilla del solito, a base di riso, sottaceti e zuppa di miso. Kazahaya attese ai piedi delle scale che Rikuo chiudesse a chiave la porta, dopodiché si diressero alla stazione ferroviaria senza abbandonarsi a ulteriori conversazioni.

Non l'avrebbe ammesso mai e poi mai, ma non gli piaceva la stazione di Shimokitazawa. Poco meno di un anno prima ci era quasi morto in quel posto, proprio sotto il naso e l'indifferenza degli impiegati e dei pendolari che affollavano sempre la stazione all'ora di punta, ogni singolo giorno. Chissà se Rikuo aveva notato che Kazahaya aveva puntato la sveglia in modo da evitare la calca del mattino? In ogni caso, l'altro non aveva detto una parola al riguardo.

Entrarono dal lato sud, e Kazahaya si chiese se fosse troppo presto per suggerire di fare una capatina al McDonald che si trovava giusto di fronte all'ingresso della stazione. Decise però di non dire niente e seguì Rikuo attraverso i tornelli della Odakyu, finché non raggiunsero il marciapiedi da dove avrebbero preso uno dei treni della linea Odawara per Shinjuku.

L'espresso diretto a Shinjuku era affollato, ma silenzioso, eccezion fatta per un gruppo di stranieri all'estremità della carrozza. Parlavano in inglese ad alta voce, o almeno a Kazahaya sembrò inglese, sebbene non ne avesse realmente la certezza. Rimase vicino a Rikuo e si aggrappò saldamente alla maniglia sopra di sé, ringraziando il cielo per l'assenza di visioni dovute al contatto casuale con altri passeggeri. Un'altra ragione, quest'ultima, per cui gli piaceva camminare.

Una volta arrivati a Shinjuku cambiarono treno e presero l'anello esterno della linea Yamanote. Il bello della Yamanote era che non appena si furono messi in fila sul marciapiede ci fu uno scampanellio con l'annuncio dell'imminente arrivo del treno successivo. Kazahaya salì sul mezzo accodandosi a Rikuo, visto che l'altezza dell'amico gli rendeva più facile aprirsi un varco fra la folla.

Rimasero vicino alle porte, e fra Shin-Okubo e Takadanobaba Kazahaya si sorprese a chiedere con voce sommessa, “Ma tu sapevi di Saiga-san e Kakei-san?”

“A cosa ti riferisci?” domandò Rikuo. Era girato verso le porte della carrozza, lo sguardo rivolto alla città. La giacca che aveva indossato al Suiryo si adattava bene al suo corpo slanciato.

Eh già, quella scuola mi ha veramente rovinato!

“E dai che hai capito! A... a quello, no?” sibilò fra i denti Kazahaya.

A Takadanobaba le porte si aprirono sul lato opposto dello scompartimento, e i due si scostarono per lasciare passare chi doveva scendere e chi salire. Una volta che il treno ripartì sfrecciando verso Mejiro, Rikuo gli diede un'occhiata di rimando. “Sì, immagino di sì,” rispose.

“Oh,” fu il commento di Kazahaya.

Scesero alla stazione di Komagome nove minuti più tardi; Kazahaya avvertì chiaramente l'ira delle persone alle sue spalle mentre inseriva il biglietto ferroviario all'interno del tornello e non una tessera Pasmo o Suica come tutti gli altri.

All'esterno localizzarono dei cartelli indicanti la direzione da prendere per arrivare al Rikugi-en, e li seguirono costeggiando l'autostrada verso sud-est. Era una bella giornata, di sicuro nel giardino avrebbero trovato parecchia gente; ed era bello sentire sulla pelle il calore luminoso del sole autunnale dopo l'esperienza delle luci artificiali del treno.

Si fermarono all'incrocio successivo, e Rikuo si mise a consultare la mappa schematica disegnata da Saiga. Da lì riuscivano a scorgere il giardino, o meglio a intravedere degli alberi al di sopra del muro, dall'altra parte della strada. “L'entrata si trova sul lato est,” concluse Rikuo dopo un momento. “Ci sarà da camminare.”

Kazahaya non disse niente. Magari fra le missioni strampalate di Kakei ci fossero state sempre delle lunghe scarpinate! Ci avrebbe messo la firma di sicuro.

Entrarono in un minimarket per comprarsi un caffè in lattina, che si scolarono d'un fiato una volta usciti. “Pensi che Kakei-san e Saiga-san...” esordì esitante Kazahaya.

“Cosa?” chiese Rikuo, e Kazahaya non lo guardò in faccia, perché sapeva che, se l'avesse fatto, lo avrebbe visto sghignazzare, quel bastardo, e a quel punto lui non sarebbe più stato in grado di finire il discorso.

“Nayuki mi ha riferito,” continuò, “che... che i ragazzi hanno delle necessità, anche se non ci sono in giro ragazze per soddisfarle. Ma quello che c'è tra Saiga-san e Kakei-san... Mi sembra qualcosa di diverso... Insomma, qualcosa che li lega.”

“Già,” rispose Rikuo, gettando la lattina vuota in un cestino dei rifiuti. “Amore, forse.”

Kazahaya quasi si strozzò con l'ultimo sorso del suo caffè.

 

* * * * *

 

A metà strada, Rikuo gli rivolse una domanda. “Perché, non crederai mica che tra Mukofujiwara e Nayuki ci fosse solo del sesso, vero?”

Kazahaya si ricordava bene l'espressione dipinta sul viso di Mukofujiwara, nella sala ritrovo degli studenti. Io... vorrei aiutare Nayuki. E solo per una persona a cui voleva bene avrebbe attraversato tutte quelle difficoltà: la storia dell'anello, la richiesta d'aiuto a Kakei, il fatto di aver pagato lui e Rikuo per infiltrarsi nella scuola... Ed erano stati anche pagati profumatamente.

Attesero che il semaforo diventasse verde per attraversare la strada, e si ritrovarono a camminare lungo le mura del giardino, sulla destra. Kazahaya tentò di nuovo di spiegare la propria posizione. “Ma Nayuki e Mukofujiwara... Non è che potessero scegliere tra molte persone, o mi sbaglio? Invece, nel caso di Saiga-san e Kakei-san...”

Una donna suonò il campanello della bicicletta praticamente dietro di lui, e Kazahaya fece quasi un salto per aria. Si rifugiò dietro a Rikuo con un'espressione non esattamente conciliante, ma la donna lo ignorò e proseguì pedalando per la sua strada.

Rikuo lo stava osservando. “Sei proprio un gatto.”

“Non è vero!” sbottò stizzito Kazahaya. Beh, non certo la risposta più intelligente del mondo.

Avevano forse percorso un altro centinaio di metri quando Rikuo scrollò improvvisamente le spalle. “Ami qualcuno perché ci stai insieme, o ci stai insieme perché lo ami?” si chiese.

"E' proprio questo il punto," concordò Kazahaya.

Gettò un'occhiata furtiva in direzione di Rikuo, ma non sembrava che l'altro gli stesse prestando attenzione. Sul viso aveva un'espressione distante; Kazahaya non aveva bisogno di toccarlo per sapere che stava pensando a quella donna. A Tsukiko.

Nessuno dei due osò aprir bocca mentre girarono l'angolo e attraversarono il cancello d'ingresso al giardino. Si misero in fila per il biglietto, che venne pagato da Rikuo una volta giunti allo sportello, e l'impiegata consegnò a ciascuno un tagliando colorato e un opuscolo. Kazahaya si ficcò il suo in tasca senza degnarlo di uno sguardo; la maggior parte dei caratteri non riusciva a nemmeno a decifrarla.

Oltre lo sportello della bigliettaia c'erano due anziani, intenti ad annunciare a gran voce che chiunque volesse poteva aspettare cinque minuti per effettuare un giro gratuito. Si erano già radunate diverse persone, in maggior parte donne. Alcune indossavano persino dei kimono, cosa che Kazahaya non aveva ancora visto da quando era arrivato a Tokyo.

Una di loro portava un happi di un colore quasi identico a quello preferito da Kei, e Kazahaya affrettò il passo, ignorando le parole degli anziani volontari. Porse il tagliando all'inserviente in piedi accanto all'entrata del giardino vero e proprio, e si diresse immediatamente a sinistra, in direzione del laghetto.

“Ehi!” La voce di Rikuo lo fermò all'improvviso, e Kazahaya si fermò per permettere all'altro ragazzo di raggiungerlo. “Che ti prende, idiota?”

“Niente.” Kazahaya era già stufo delle occhiate di traverso che la gente stava loro rivolgendo. Di mercoledì mattina gli studenti delle superiori si trovavano a lezione, e poiché lui e Rikuo non avevano né fotocamere né cellulari, si capiva chiaramente che non frequentavano nemmeno l'università; insomma, erano totalmente fuori posto.

“Dai, sbrighiamoci e facciamola finita,” disse a Rikuo.

Rikuo aggrottò la fronte, ma lo seguì senza commentare.

Seguirono il perimetro del laghetto, e si diressero verso nord-ovest. Dovettero evitare dei capannelli di donne indaffarate a scattare fotografie e ad ammirare in modo ostentato le vedute del giardino, in particolare l'isola perfettamente curata in mezzo al laghetto. Era tutto veramente magnifico, per quel che poteva vedere Kazahaya; il nobile che aveva fatto realizzare il giardino aveva davvero avuto un gusto eccellente, sebbene i grattacieli sovrastanti e il rumore del traffico cittadino in sottofondo fossero decisamente fuori luogo. Non si vedevano molti aceri, ma qua e là se ne scorgevano alcuni di un brillante colore scarlatto.

Ogni tanto la gente fermava Rikuo per farsi fare delle foto, mentre Kazahaya venne completamente ignorato, scortesia che il ragazzo fu più che lieto di ricambiare.

“C'è qualcosa che non va?” chiese Rikuo dopo aver restituito la fotocamera all'ultimo gruppetto di persone e aver rifiutato di farsi fotografare in cambio. “Per caso il gatto ha bevuto del latte avariato, stamattina?”

“No!” Kazahaya rispose in fretta. “Solo che... Solo che questo posto è uguale a dove stavo da bambino.”

Rikuo non disse nulla, e Kazahaya rivolse lo sguardo al laghetto, senza però vedere realmente le anatre che nuotavano tranquille sulla superficie dell'acqua. No, Kazahaya vedeva il viso di Kei. Si erano voluti bene perché veniva loro naturale o piuttosto perché non avevano nessuno al di fuori l'uno dell'altro?

Si sarebbero scambiati le medesime promesse (promesse che Kazahaya aveva infranto di sua spontanea volontà) se non fossero sempre stati da soli?

Rikuo gli passò davanti, e insieme si avviarono lungo il sentiero che costeggiava il laghetto, fin quasi a metà. E proprio là, seduto su una panchina ai piedi di un pino, c'era un uomo in kimono con uno shamisen in grembo, con lo sguardo perso verso il laghetto e i pini che ne disseminavano i bordi. Il bachi che stringeva fra le dita brillava alla luce del sole.

Il sentiero si allargò fino a diventare un piccolo spazio libero tra le panchine e gli steccati in bambù, che fungevano da barriera per impedire alla gente di cadere in acqua. I due ragazzi arrestarono i propri passi nel momento in cui l'uomo sollevò il plettro e iniziò a suonare. “Sarebbe quello il...” chiese Rikuo con tono sommesso, abbassando la testa in modo che la sua voce raggiungesse anche le orecchie di Kazahaya.

Kazahaya scosse la testa. “Devo toccarlo per esserne certo.”

Raggiunsero il margine della radura, tentando di tenersi in disparte, anche se in effetti l'uomo sembra totalmente concentrato sulla sua musica, tanto che i turisti continuavano a scattare foto indisturbati. Kazahaya non era un esperto, ma riuscì comunque a capire che si trovavano in presenza di un maestro.

Non avrebbe saputo dire per quanto tempo le note avessero continuato a vibrare nell'aria, come onde lasciate da un sasso gettato in uno stagno, o come il bagliore tremolante delle lucciole nell'oscurità silenziosa. La musica essenziale e austera prodotta dall'uomo sembrava in armonia con la leggera brezza che agitava le foglie degli alberi e smuoveva di tanto in tanto quelle scarlatte degli aceri. Queste ultime, cadendo volteggiando sul prato ben curato e sulle increspature del laghetto, costituivano una sorta di accompagnamento visuale alla melodia, che sembrava composta esattamente in occasione di quel momento e di quel luogo. Kazahaya ripensò a Kakei; forse lo era davvero.

Pensava che l'uomo non avesse notato il suo pubblico improvvisato, ma nel momento in cui anche l'ultima vibrazione dell'ultima nota svanì nel silenzio, il musicista si girò verso di loro. Rikuo e Kazahaya mossero il capo in cenno di saluto.

“Una vera gioia per le orecchie,” disse Rikuo. Dalla voce sembrava persino sincero.

“Grazie infinite,” rispose l'uomo. “La mia abilità è alquanto limitata, ma...” si interruppe, sorridendo lievemente. Era di bell'aspetto, rifletté Kazahaya. Aveva folti capelli scuri e un paio di spalle larghe, e scuri erano anche i suoi occhi: una specie di versione di Rikuo, solo più maturo. "E' sempre un piacere poter godere di un pubblico ammirato."

“Oh, ma si figuri...” esordì Kazahaya con cortesia, sfruttando l'occasione per avvicinarsi un poco. “Non è di tartaruga, vero?” chiese, indicando con un cenno del capo il plettro che l'uomo teneva in mano.

“Sì, è di tartaruga,” rispose l'uomo porgendo il bachi a Kazahaya. “Sai suonare?”

Kazahaya si irrigidì, inspirò a fondo e prese il plettro. L'oggetto era liscio e leggermente freddo al tatto, ma non fece in tempo a registrare nessun'altra sensazione poiché venne improvvisamente assalito da un'orda di immagini.

Una donna con occhi da gatto che indossava un kimono, una gatta squama di tartaruga che lo osservava con i medesimi occhi e, stranamente, lo strimpellio delle corde di uno shamisen, anzi no, di due shamisen che suonavano in coppia... Non molto, in verità, ma abbastanza per capire che era proprio questo il plettro richiesto dalla cliente.

Kazahaya riaprì gli occhi, e si accorse che l'uomo lo stava osservando pensieroso. “No, non so suonare,” rispose deglutendo a fatica, e gli restituì il plettro.

“Che peccato,” commentò l'uomo, sistemandosi in grembo lo shamisen. Indossava una hakama a strisce bianche e nere al di sopra del kimono nero, e occhiali scuri dalla montatura spessa. “Però sai che gli shamisen sono fatti usando pelle di gatto.”

“Ma veramente io non...”

“Hai accennato alla pelle di un gatto, mentre tenevi in mano il plettro,” lo interruppe Rikuo. Aveva le braccia incrociate, ma sembrava più aperto del solito, forse per merito della musica.

“Oh,” disse Kazahaya, sentendosi arrossire come un peperone. “Ehm, cioè...”

“A questo mondo esistono diverse persone in grado di vedere ciò che la maggior parte della gente non vede,” disse l'uomo. Aveva gli occhi rivolti non verso di loro, ma verso il laghetto. “Ricordi, pensieri, emozioni. Il futuro. Gli spiriti.”

“E' vero,” disse Rikuo evasivamente, ma l'uomo si era girato e si stava rivolgendo direttamente a Kazahaya. Intanto muoveva le mani, pizzicando distrattamente le corde dello shamisen.

“Cosa faresti,” chiese il musicista, “se sapessi che non puoi restare, che devi per forza abbandonare tutti e tutto? Te ne andresti e basta, oppure cercheresti di lasciare un ultimo addio?”

Senza volerlo, Kazahaya inspirò profondamente. “Me ne sono semplicemente andato,” ammise.

“Capisco.” L'uomo distolse lo sguardo per rivolgerlo di nuovo verso il laghetto. I tre rimasero così, in quella posizione, per un po' di tempo, mentre dallo shamisen venivano prodotte note che si perdevano progressivamente nel silenzio. Dinanzi a loro passavano in continuazione gruppi di turisti, ma nessuno prestò attenzione a ciò che non erano venuti a visitare.

Alla fine l'uomo posò il plettro e riavvolse lo shamisen nel panno che si trovava sulla panchina, chiudendolo forte con dei lacci. Poi si alzò in piedi e si gettò lo strumento sulle spalle, come un pellegrino del periodo Edo.

L'uomo rivolse un inchino a Rikuo e Kazahaya. “Piacere di avervi conosciuti, signori. Non avrei potuto desiderare un pubblico migliore.”

“Aspetti,” disse Kazahaya, “sta dimenticando il suo...” Afferrò il bachi che l'uomo aveva lasciato sulla panchina, ma il musicista scosse la testa quando il ragazzo glielo porse.

“Tienilo pure come ricordo, se vuoi. Non ne avrò bisogno nel luogo in cui mi sto per recare,” disse.

Accanto a Kazahaya, Rikuo aggrottò la fronte. “Dove...”

“Addio,” li salutò l'uomo sorridendo cortesemente, e si avviò su lungo il sentiero.

“Ehm, grazie!” gli gridò dietro Kazahaya proprio mentre il musicista spariva dietro la curva. L'uomo sollevò la testa, segno che l'aveva sentito, ma non si girò verso di loro.

"E' stato facile," disse alla fine Rikuo, sporgendosi per prendere il plettro dalle mani di Kazahaya. “Cos'hai visto?” domandò, e avvolse l'oggetto in un fazzoletto.

Solo uno come Rikuo si sarebbe portato dietro un fazzoletto. “Una gatta,” rispose Kazahaya. “E una donna con gli occhi da gatto. Penso... penso che gli manchino. Mi ha trasmesso una sensazione di... tristezza, in ogni caso.”

Rikuo si infilò il plettro in una delle tasche della giacca, e poi alzò lo sguardo verso Kazahaya. “Che c'è?”

“Me ne sono andato,” spiegò Kazahaya studiandosi i piedi. “Ma avrei voluto dirle arrivederci. Tu credi...” Sollevò di nuovo gli occhi e li posò su Rikuo. Non sapeva che cosa stesse cercando, ma c'erano talmente tante cose di cui non si sentiva sicuro.

“Credo esistano parecchie ragioni per cui non è possibile vedere le persone che amiamo,” commentò Rikuo con voce inespressiva. “Ma non per questo vogliamo loro meno bene.”

Rikuo si incamminò giù per il sentiero, le spalle più strette del solito. Di solito cercava di accorciare le proprie falcate per permettere all'altro ragazzo di stare al passo con lui, ma stavolta Kazahaya dovette davvero affrettarsi per non rimanere indietro.

A ripensarci, però, probabilmente Rikuo aveva ragione (ma Kazahaya non l'avrebbe mai ammesso, nemmeno sotto tortura). Non importava che non potesse tornare indietro; no, ciò che importava era che desiderava rivedere Kei, anche se lei non lo desiderava più, perché le voleva bene.

Finalmente riuscì a raggiungere Rikuo. Nel frattempo erano arrivati a un ponticello di pietra, che separava il laghetto principale da un circolo d'acqua più piccolo, circondato da pini e aceri. I colori erano splendidi, con il sole che li illuminava da...

“Cheese!” gridò qualcuno dall'altra parte del ponte, e Kazahaya quasi schizzò fuori dalla pelle. Si mosse di scatto, e così facendo si avvicinò troppo vicino al bordo. Perse l'equilibrio e iniziò a cadere, agitando le braccia...

“Idiota!” Rikuo si stese e lo afferrò per il polso, trascinandolo via dal bordo con forza. Kazahaya per poco non gli finì addosso, ma l'amico gli prese anche l'altro polso e lo rimise in piedi con veemenza. “Hai ragione, non sei un gatto,” disse. “I gatti sono molto più coordinati di te.”

“Chiudi il becco!” sbottò Kazahaya, anche se in realtà avrebbe dovuto ringraziarlo. Le mani di Rikuo erano calde.

“Oh, mi dispiace tantissimo!” esclamò la voce che aveva appena gridato; apparteneva a una ragazza dai capelli scuri e molto corti. Sul viso recava un'espressione contrita, che la rendeva ancor più graziosa. “Non volevo spaventarti... Stai bene? Scusami tanto, se vuoi cancello la foto...”

“Che foto?” si informò Rikuo, rilasciandogli le braccia. Kazahaya si sentiva le ossa dei polsi tutte indolenzite, tanto era stata forte la presa dell'amico.

“Sì, io, ecco, insomma... Eccola qua!” La ragazza consegnò a Rikuo la sua fotocamera. Doveva trattarsi di una studentessa universitaria; dall'altro lato del ponte c'erano due altre giovani donne, apparentemente della stessa età e visibilmente in imbarazzo. Dopo qualche istante, Rikuo passò la fotocamera a Kazahaya.

Gli alberi sullo sfondo apparivano di un perfetto color vermiglio. Sarebbe anche potuta passare per una foto decente, se solo la ragazza non avesse catturato proprio l'attimo in cui Kazahaya stava per cadere giù dal ponte, mentre dietro di lui Rikuo sembrava combattuto tra ilarità e... preoccupazione, forse?

Kazahaya aprì la bocca con l'intenzione di chiedere su qualche pulsante dovesse premere per cancellarla, ma Rikuo lo batté sul tempo sorridendo, e gli afferrò l'apparecchio dalle mani per restituirlo alla giovane donna. “Bella foto,” commentò. “Me la potresti spedire?”

“Sicuro!” disse lei. “Sei mi dai il tuo indirizzo...”

La ragazza estrasse il cellulare e digitò l'indirizzo e-mail dettatole da Rikuo. Kazahaya si sfregò i polsi e decise che in lei c'era qualcosa di familiare, ma non avrebbe saputo dire cosa di preciso. E da quando Rikuo aveva un indirizzo di posta elettronica? Nessuno di loro due possedeva un telefonino.

“Hina, vieni, dai!” chiamò una delle sue amiche una volta che ebbe richiuso il cellulare.

“Arrivo, Emi-chan!” La ragazza, Hina, lanciò loro un ultimo sorriso e si inchinò velocemente. “A presto, Himura Rikuo-kun!”

“A presto,” disse di rimando Rikuo, e la ragazza si avviò correndo verso le sue amiche, che sorrisero scuotendo la testa, e se andarono insieme a lei.

Kazahaya era ben lieto che non gli avesse chiesto come si chiamava, visto che aveva indossato la vecchia uniforme scolastica di Hinata Asahi quando era stato costretto a travestirsi da ragazza e a incontrarsi con Rikuo sotto l'albero...

A giudicare dal ghigno, se lo ricordava benissimo anche Rikuo; o forse gli veniva da ridere al pensiero di Kazahaya che quasi cadeva nel laghetto.

“Davvero una bella immagine,” insistette Rikuo. Stavano passando davanti alla piccola casa da tè, e dentro erano chiaramente visibili Asahi e le sue amiche, intente a ridere. “Ti mostra chiaramente per quello che sei...”

“Un ragazzo che pensa tutto il male possibile di te?” chiese sgarbatamente Kazahaya.

“No. Un ragazzo che strilla e si arruffa tutto, esattamente come un gatto,” rispose Rikuo.

“Oh, falla finita una buona volta!”

E tuttavia, mentre abbandonavano il giardino, Kazahaya rifletté che se non fosse stato per Rikuo sarebbe morto. In una notte d'inverno, l'amico l'aveva tirato fuori dalla neve alla stazione, e l'aveva portato da Kakei-san. E quella si sarebbe in seguito rivelata solamente la prima di tante altre occasioni.

E il bello era che Rikuo non gliel'aveva mai fatto pesare, anzi. Non ne parlava mai, anche se Kazahaya non riusciva a ricordarsi di una volta in cui l'altro non l'avesse salvato, e d'altronde nemmeno lui ci faceva più caso, ormai. Il cielo era azzurro, Saiga indossava gli occhiali da sole, Rikuo salvava Kazahaya.

“Non è poi così importante, non credi?” domandò Kazahaya una volta che si furono messi in fila sul marciapiede della stazione di Komagome. Il treno successivo sarebbe arrivato dopo quattro minuti.

"Cos'è che non sarebbe importante?"

“Amare una persona perché ci stai insieme, o starci insieme perché la ami,” rispose Kazahaya, osservando la striscia gialla sul limitare del marciapiede. Stava arrossendo, ma era tutta colpa della brezza autunnale, sia ben chiaro. “Alla fine si tratta sempre di amore, no?”

“Immagino tu abbia ragione,” disse Rikuo dopo qualche secondo, e fu in quel momento che Kazahaya alzò lo sguardo verso di lui. Uno degli edifici esterni alla stazione proiettò improvvisamente un fascio di luce sul marciapiede, e rischiarò il viso di Rikuo fino a che quest'ultimo non si volse leggermente. Nayuki aveva ragione... Era bello.

“Giusto,” rispose Kazahaya, e nello stesso istante uno scampanellio annunciò l'arrivo imminente del loro treno. “Perché stiamo comunque parlando dei nostri sentimenti, e non importa il perché, il percome, e nemmeno se siano giusti o sbagliati.”

Lo spostamento d'aria provocato dal treno in ingresso gonfiò loro le giacche, ma Kazahaya riuscì a udire distintamente il commento di Rikuo. “Forse non sei del tutto idiota.”

Kazahaya sorrise. “Già, forse.”

Attesero che l'afflusso di turisti in discesa dal treno scemasse, e poi finalmente salirono. Le porte si richiusero alle loro spalle, e un istante dopo già sfrecciavano attraverso Tokyo, verso Shimokitazawa, verso il Drugstore Midori, verso casa.

 

* * * * *
 

Glossario dei termini giapponesi:

 

Bachi: plettro giapponese con cui si suonano molti strumenti a corde, fra cui lo shamisen.

Hakama: indumento tradizionale che somiglia a una larga gonna-pantalone a pieghe. Originariamente soltanto gli uomini la indossavano, ma oggigiorno viene portata anche dalle donne. Viene legata alla vita ed è lunga approssimativamente fino alle caviglie.

Happi: cappotto tradizionale, di solito intessuto con del cotone di colore indaco o marrone con stampe di kamon (simboli araldici giapponesi).

Komagome: stazione ferroviaria dell'area metropolitana di Tokyo, da cui si può facilmente accedere a piedi al Rikugi-en.

Koto: strumento musicale cordofono appartenente alla famiglia della cetra, introdotto dalla Cina in Giappone durante il periodo Nara.

Linea Odawara: linea ferroviaria di 83 chilometri che collega Shinjuku e Odawara.

Linea Yamanote: linea ferroviaria suburbana di Tokyo a scartamento ridotto. Durante il percorso il treno compie un anello attorno ai quartieri centrali della città; la linea è inoltre dotata di doppio binario e questo consente ai convogli di correre in entrambe le direzioni contemporaneamente.

Mejiro: stazione ferroviaria posta sulla linea Yamanote, immediatamente successiva a quella di Takadanobaba.

Momiji: chiamato anche acero giapponese (nome scientifico Acer palmatum), è un arbusto appartenente alla famiglia delle Aceraceae, originario dell'Estremo Oriente. Viene coltivato da secoli in Giappone per il suo portamento e la bellezza del fogliame, particolarmente evidente in autunno quando assume una vivace colorazione rossa.

Odakyu: la Odakyu Electric Railway Co., Ltd. è una compagnia di trasporti giapponese, facente capo all'Odakyu Group. È uno dei principali operatori ferroviari privati in Giappone.

Periodo Edo: chiamato anche Tokugawa, è un periodo della storia giapponese che va dal 1603 fino al 1867.

Rikugi-en: famoso parco dell'area metropolitana di Tokyo, costituito da una collina, un laghetto e da vegetazione di varia natura. Al suo interno si trova inoltre un giardino giapponese tradizionale.

Shamisen: strumento musicale a tre corde, utilizzato per l'accompagnamento durante le rappresentazioni del teatro Kabuki e Bunrako.

Shimokitazawa: un quartiere di Tokyo, molto frequentato da studenti e giovani in generale.

Shinjuku: uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo. E' un importante centro commerciale e amministrativo, così come la sede del Palazzo del Governo Metropolitano, uno dei più alti edifici di Tokyo, dove viene gestita l'amministrazione politica e pubblica della città.

Shin-Okubo: stazione ferroviaria posta sulla linea Yamanote, immediatamente successiva a quella di Shinjuku.

Squama di tartaruga: gatto con manto nero, rossiccio e giallo; solitamente è di sesso femminile.

Takadanobaba: stazione ferroviaria posta sulla linea Yamanote, immediatamente successiva a quella di Shin-Okubo.

Tessere Pasmo e Suica: smart card ricaricabili per il trasporto pubblico di Tokyo.

 

Comments

Posted by: Layshaly (layshaly)
Posted at: June 18th, 2010 02:16 am (UTC)
Watasweet

Ma che bella storia!
Grazie mille per averla tradotta. Meritava davvero.
Dolce e perfettamente in linea con il carattere dei personaggi. ^_^

Posted by: scottishrefugee (scottishrefugee)
Posted at: June 18th, 2010 04:18 pm (UTC)

Felice che ti sia piaciuta!

Starlady38 ha uno stile tutto particolare di scrivere, che a tratti può sembrare scarno. In realtà vengono inseriti qua e là mille piccoli dettagli, che secondo me denotano non solo la passione per Lawful Drug, ma anche e soprattutto il suo amore per Tokyo, città in cui ha vissuto per diversi mesi.

Lei poi, insieme a Carlos Net e a me, è una dei traduttori "ufficiali" di The Dreamers (Carlos Net ancora non lo sa, però... Dovrei avvisarlo, è talmente bravo che si merita di sapere che fine fanno le sue traduzioni XD), in più a suo tempo è stata gentilissima a inviarmi direttamente dal Giappone quei due capitoli di Holic che in rete nessuno aveva intenzione di mettere in rete. Dunque non potevo proprio esimermi dal tradurre una sua storia sull'universo CLAMP.

Ciao e alla prossima!

2 Read Comments